Sono bastati due minuti su un palco per far capire al mondo da che parte pende lo star system americano. Sono quelli che si è concesso il rapper Macklemore per urlare (nel corso di un articolato discorso) Free Palestine davanti a uno stadio, in apertura di un concerto di Ed Sheeran. Immediata la reazione di Pink. Ricordate l’anti-popstar dei primi anni Duemila che ci aveva quasi convinto di essere una voce contro il sistema quando eravamo preadolescenti? Beh, ha deciso di esprimere la sua posizione sulla questione attraverso il social. Deludendo molti fan.
Non mi interessano le questioni di gossip né voglio aggiungermi alle tante voci che criticano la victim card costantemente sfoderata da celebrità e influencer sionisti ogni volta che calpestano un merdone difendendo uno stato genocida. È ora invece di parlare della macchina della propaganda israeliana, di un pubblico occidentale ormai assuefatto, della perdita di soft power degli Stati Uniti trumpiani. E delle icone della nostra infanzia che mostrano il loro vero volto, perdendo velocemente le simpatie e l’ammirazione di decine di migliaia di fan.
Il discorso di Macklemore per la Palestina libera
Al MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey), Macklemore si è presentato con la kefiah e ha detto alla folla che le persone a Gaza e nella Cisgiordania occupata non sono state dimenticate:
Uno dei motivi per cui volevo partecipare a questo tour è che volevo salire quassù, sui palchi e negli stadi di tutta l’America, per dire due parole a cui tengo moltissimo: Palestina libera. Ho detto Palestina libera. Voglio che queste parole siano forti e chiare, così le persone da Gaza fino alla Cisgiordania occupata sapranno che non le abbiamo dimenticate (…). A tutti i miei fratelli e sorelle ebrei: criticare Israele, criticare l’apartheid, essere contro il genocidio non è in alcun modo una critica a voi. Il mio è un messaggio di pace, di amore, perché ogni essere umano sia trattato con dignità, rispetto e uguaglianza. Perciò dico Palestina libera. Dico Libano libero. Dico Cuba libera. Dico Congo libero, Sudan libero, libere tutte le persone che in America vivono nella paura di un’organizzazione terroristica, l’ICE. Nessuno di noi sarà libero, finché non saremo tutti liberi.
Credo che ogni commento sia superfluo. Per dovere di cronaca segnalo che nella traduzione non ho inserito i (doverosi) ringraziamenti fatti dall’artista agli attivisti Pro-Pal del mondo studentesco. Potete sentire il discorso per intero nel reel qua sotto.
Pink nuovo megafono dell’hasbara
Pink ha ricondiviso nelle sue storie un post della pagina @StopAntisemitism che definisce l’intervento di Macklemore come propaganda anti-Israele e bolla come una falsità il racconto del genocidio in corso. Ha scelto di non aggiungere alcun commento personale ma di rilanciare solo le parole dell’account.
Davanti alle critiche ha poi pubblicato nelle storie una sequenza di una decina di meme a tema “non piaccio a tutti e va benissimo così“, come una Karen qualsiasi – motivo per cui il web si è nuovamente scagliato contro l’ex bad girl del pop statunitense, ormai brava solo a comporre insipide e generiche canzoncine motivazionali e fare discorsi da femminista performativa che ignora il concetto di intersezionalità. (Ma, ehi, cosa pretendiamo da chi ha avviato la propria carriera a suon di blackfishing?).
Ridurre tutto a un capriccio da diva sul viale del tramonto sarebbe comodo. Dietro però c’è molto di più. Quel rilancio di concetti altrui su un profilo da quasi 12 milioni di follower è un film già visto, che veicola lo stesso messaggio stanco: criticare Israele equivale a odiare gli ebrei. È così che lavora l’hasbara, la “strategia di comunicazione” (si legge: macchina della propaganda) con cui lo Stato israeliano e le organizzazioni che lo sostengono provano a orientare l’opinione pubblica occidentale.
Ebreo, israeliano, sionista: attenzione alle parole
Qui serve chiarezza, perché è proprio sulla confusione linguistica che si sta giocando la partita internazionale delle lobby a colpi di norme contro la libertà di espressione e giornali che sembrano aver perso la vocazione all’informazione neutrale.
Il sionismo è un progetto politico nato a fine Ottocento e che prevede la costruzione di uno Stato a maggioranza ebraica in Palestina. È un’ideologia. E come tutte le ideologie si può discutere, sostenere o rifiutare. L’ebraismo è una religione e un’appartenenza millenaria. Confondere i due significa dare per scontato che ogni persona ebrea sia sionista e che ogni sionista parli a nome degli ebrei. È falso e lo dicono per primi gli ebrei antisionisti.
La Jerusalem Declaration on Antisemitism, firmata da oltre 400 studiosi di storia dell’Olocausto, studi ebraici e sul Medio Oriente, mette nero su bianco che sostenere i diritti dei palestinesi, paragonare Israele al colonialismo d’insediamento e all’apartheid e persino opporsi al sionismo non sono di per sé atti antisemiti. Chi usa l’accusa di antisemitismo per zittire la critica a uno Stato non difende gli ebrei ma svaluta una parola che deve rimanere forte nel nostro vocabolario. L’odio per gli ebrei deve continuare a farci accapponare la pelle e farci meditare che questo è stato.
(La questione mediorientale andrebbe letta anche in funzione dell’esistenza di un vero popolo israeliano, con persone di terza o quarta generazione nate e cresciute in quelle terre confiscate ai palestinesi, formate da anni di studio su libri di parte e dalla leva militare obbligatoria contro il nemico arabo e lo spauracchio del terrorismo islamico. Persone che forse dovrebbero avere il diritto di vivere in quei territori – ma non venitemi a parlare di soluzione dei due Stati, per favore).
Il genocidio di Gaza in diretta streaming
Il 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, riscontrando quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948:
- uccisioni;
- gravi lesioni fisiche e mentali;
- imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per distruggere un gruppo etnico;
- misure per impedire le nascite.
La Commissione, presieduta da Navi Pillay, cita esplicitamente il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant per istigazione al genocidio. Nel giugno 2026 la stessa Commissione è tornata sul targeting deliberato dei bambini palestinesi. Il 20 ottobre 2025 la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha depositato il rapporto Gaza Genocide: a collective crime, diventando il nemico pubblico numero uno per USA e Israele.
Qualcuno ancora ne nega l’esistenza, nonostante le prove. Qualcuno invece dirà che non è il primo né l’unico massacro di innocenti che avviene nel mondo e che è ingiustificata tutta questa attenzione mediatica e questa polarizzazione delle opinioni solo per questo caso specifico. Rispondo brevemente dicendo che forse è il primo genocidio in diretta streaming della Storia, quello che più ci colpisce e deve colpirci per la sua vicinanza geografica, culturale e per il ruolo di aziende, celebrità e media occidentali nel finanziare Israele o nascondere la verità.
Il soft power americano si sta sgretolando
Prima di lasciarvi la mia personale riflessione sulla vicenda – d’altronde a questo serve un blog personale, no? – c’è un’ultima tessera del puzzle che voglio aggiungere a questo già complesso flusso di coscienza. Per decenni gli USA ci hanno venduto il sogno americano attraverso la musica e il cinema, con un’industria mediatica senza rivali e capace di far diventare Washington (o ancora meglio Los Angeles e New York) il centro del mondo. Ma oggi che fine ha fatto il soft power americano?
Una parte dello star system statunitense, allineata alla narrazione israeliana per convinzione (ignoranza?) o per calcolo (dimmi con chi collabori e chi ti firma gli assegni e ti dirò chi sei), si scopre sempre più distante dal pubblico occidentale, e in particolare europeo, che intanto ha letto i rapporti, ha visto le immagini, ha smesso di bersi ogni cosa arrivi da oltreoceano.
Ad attestarlo c’è anche il profilo Instagram di Pink, che nel giro di poche ore ha perso solo decine di migliaia di follower (tutto sommato molto pochi, rispetto ai quasi 12 milioni di seguaci che ancora conta) ma è stato invaso dalla shitstorm di persone indignate che, prima della moderazione dei commenti, hanno espresso alla cantante tutte le loro perplessità su questa presa di posizione inaspettata.
Pink ha perso legittimità agli occhi di fan e ascoltatori casuali. E c’è chi già grida alla cancel culture. Direi piuttosto che è arrivato il momento – per lei e per altri illustri colleghi – di fare i conti con un pubblico che ha aggiornato i criteri con cui decide di idolatrare questa o quell’altra celebrità. Un pubblico informato, che ha nuovi standard morali e li applica soprattutto a chi, dall’alto dei propri privilegi, pretende di dare lezioni di virtù a chi sta sotto. Oppure si schiera apertamente senza riuscire a spiegare le proprie opinioni.
Ciao ciao Pink, sarà (più) bello non ascoltarti
Giusto ieri mi scervellavo cercando di capire quand’è che Pink ha pubblicato il suo ultimo singolo. A memoria sono riuscito ad arrivare solo a “What about us” del 2017 (un inno agli ultimi!) e a “Just Give Me a Reason” del 2012. Ho scoperto che in questo decennio ha fatto nuovi album e non si è limitata a fare acrobazie aeree durante i concerti. Non posso definirmi suo fan, insomma. Ma ho provato una cocente delusione scoprendo che l’ennesima celebrità della mia infanzia è una sionista.
Parliamo della popstar di “Dear Mr. President” contro la guerra in Iraq e George W. Bush, quella che aveva convinto addirittura Linda Perry a collaborare con lei, oltre a rubarle i titoli (a proposito: la leader delle 4 Non Blondes si è dichiarata not pro-Palestine nor pro-Israel, tipo quelli che non si dichiarano né di destra né di sinistra e in genere sono di destra estrema).
Insomma, Pink sembrava una dei buoni. Una di quelli che si battono per la libertà di esprimersi e per l’uguaglianza, per quanto nella limitata cornice del capitalismo liberale statunitense. Vederla invocare la censura per un altro artista mi ha fatto un brutto effetto.
Non chiedo alle star di diventare fini analisti di geopolitica. Mi accontento del minimo sindacale: la coerenza rispetto ai messaggi che cercano di trasmettere con il loro lavoro. E se non lo fanno, smettiamola di regalargli engagement sui social attraverso i commenti, smettiamo di ascoltare le canzoni che scrivono o interpretano. Il tempo farà il suo corso e chi è stato dalla parte sbagliata della Storia pagherà. Intanto eliminiamo queste persone dalle nostre playlist. E sostituiamole con chi va la pena sostenere attraverso le royalty.
La risposta di Pink: la toppa peggio del buco
La cantante ha risposto. Ha giocato la famosa victim card che ormai vediamo usare da tutti i sionisti quotidianamente. In un buffo tentativo di evitare l’emorragia di follower, ha cercato di spostare il focus prima sul presunto storico antisemita di Macklemore, poi sulla propria attività di filantropa e pseudo-attivista LGBT (Q+ non pervenuti). Infine ha parlato della difesa delle povere famiglie ebraiche presenti al concerto di Ed Sheeran, a quanto pare terrorizzate dalle parole del rapper.
È una settimana che sto zitta, senza usare parole mie intendo, e sapete che non è da me. Quindi eccole.
Domenica scorsa ho ricondiviso il post di qualcun altro sull’esibizione di Macklemore al concerto di Ed Sheeran. Diceva cose con parole che non ho scritto io, e non le avrei scelte tutte. Poi sono arrivati i commenti e ho fatto quello che faccio quando sto male: pubblicare meme pungenti e fingere che vada tutto bene. È colpa mia.
Un repost non è una dichiarazione e un meme non può rappresentare ciò in cui credo. I social ci rendono tutti sbrigativi e superficiali, lo sappiamo bene. Ma preferisco essere criticata per ciò che dico davvero, piuttosto che essere odiata per ciò che ha scritto qualcun altro. Quindi lasciate che lo faccia.
Sono nata ebrea. Non l’ho scelto e non l’ho mai nascosto. E questa settimana un sacco di persone hanno deciso in cosa credo senza chiedermelo, senza verificare una sola cosa che io abbia mai detto o fatto, perché un repost e la parola “ebrea” a quanto pare bastavano a definirmi. Ma lasciate che sia io a definirmi.
Ovviamente non parlo a nome di Israele, né di alcun governo. Non l’ho mai fatto. Quello che ho detto nell’ottobre 2023 è ancora esattamente ciò in cui credo: Hamas è un’organizzazione terroristica.
I palestinesi meritano un futuro che onori la loro umanità e le loro aspirazioni.
Proteggere le vite innocenti viene prima di tutto, ovunque, e nessuno dovrebbe mai festeggiare la morte di un bambino. Che sia figlio di chiunque. Ho passato dieci anni come ambasciatrice UNICEF per bambini che non hanno scelto il Paese o la guerra in cui sono nati. E li ho pianti tutti, da entrambi i lati di quella barriera. Non l’ho fatto da dietro uno schermo: sono andata da quei bambini e li ho tenuti in braccio. Non intendo discutere di una guerra complessa nella didascalia di un post su Instagram e non reciterò slogan di altri per riguadagnare un follower.
Vi spiego a cosa stavo reagendo. Ero nella sala dei Grammy nel 2014 quando Macklemore ha rappato “Same Love” e trentatré coppie, gay ed etero, si sono sposate sulle sue note. Io ho esultato senza farmi domande. Quattro mesi dopo Macklemore si è messo un naso adunco, una barba nera e una parrucca con caschetto, si è esibito conciato così e l’ha definito un “costume casuale”. Ogni ebreo che conosco sapeva benissimo cosa fosse. Lo stesso amore, si è scoperto, aveva una lista di invitati e noi (ebrei) non c’eravamo.
Ma si è scusato e ho lasciato correre, perché è quello che facciamo. Lasciamo correre. Poi lo scorso fine settimana si è piazzato davanti a uno stadio pieno di famiglie amanti della musica, con immagini violente di una guerra sugli schermi, ha dedicato una canzone al movimento che ha scelto lui e poi ha preso il microfono per dire a tutti gli ebrei nello stadio che non riguardava loro. Non spetta a te deciderlo per noi.
È questo che ha spinto il mio repost. Non il “Free Palestine” e non il diritto di chiunque a dirlo. Non ho mai chiesto che un altro artista venisse messo a tacere e non lo sto chiedendo adesso. Non mi serve che qualcuno venga licenziato e non mi serve un rimborso. Ciò che mi serve è poter dire, da mamma ebrea, «questo mi ha spaventata e ha spaventato persone che amo», senza sentirmi rispondere che la nostra paura è solo propaganda e senza sentirmi dire che in qualche modo il genocidio mi sta bene solo perché lo sto dicendo.
E per favore non parlatemi come se non mi fossi mai battuta per ciò in cui credo quando non era popolare.
In piena guerra del Golfo, nel 2006, ho pubblicato una canzone intitolata “Dear Mr. President” e l’ho cantata ogni sera in tour mentre il mio Paese era in una guerra che non appoggiavo e mi sono stata odiata per questo. E l’ho cantata lo stesso perché la mia critica tagliente era rivolta a un governo, non a questo Paese imperfetto che amo e per cui mio padre ha combattuto.
Sono stata al fianco di giovani gay prima che fosse di moda e di giovani trans adesso, anche se ora non è di moda, e delle loro famiglie, e ho distribuito i libri che erano stati messi al bando, e sapete che mi hanno detto di tutto ma rifarei tutto quanto anche domani. Mi sono battuta per le persone care degli altri per tutta la mia carriera e so esattamente quanto costa.
E ora mi sto battendo per le persone a me care, per la mia gente, e pensavo di sapere in partenza quanto sarei stata sola. La solitudine è peggio di quello che pensavo. Ma lo faccio lo stesso.
Qualcosa è cambiato in questo Paese e lo leggo nei miei stessi commenti. “Dal fiume al mare”. “Sionista” sputato come se fosse un insulto, da persone che non sapevano dire nel dettaglio ciò in cui credo, perché non lo avevo ancora detto. Non me l’hanno chiesto. Me l’hanno detto. Non credo che la maggior parte di loro odi gli ebrei. Credo che qualcuno abbia consegnato loro una storia in cui l’ebreo che non si scusa di esistere deve per forza essere il cattivo. E da allora mi mettono in bocca parole che non sono mie.
Ma non è la prima volta che mi dipingono come la cattiva. Posso reggerlo. Solo che non lo reggerò in silenzio e non insegnerò ai miei figli a farlo.
Quindi, a quelli che sono furiosi con me: non dovete essere d’accordo con me. Non siete mai stati tenuti a farlo. È il nostro patto implicito da 25 anni ed è ancora valido, come lo sono io.
Non c’è bisogno di condividere una sola cosa che fa il governo israeliano per non volere che la famiglia ebrea due file più in là venga spaventata o presa di mira a un concerto. È l’unica cosa che sto chiedendo a chiunque.
A chi ha paura questa settimana, ebreo o musulmano o palestinese o israeliano o solo stanco di tutto questo: io ti vedo. E se qualcuno vuole davvero sapere cosa penso, basta chiedermelo. Sono qui. Non sono mai stata difficile da trovare. E continuerò a dire la mia, con parole mie.
È venerdì. Per chi lavora e ha di che preoccuparsi più che di popstar e gogne mediatiche, è la fine di una settimana dura. È anche il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre e le mie preghiere sono per le anime innocenti che abbiamo perso quella mattina. E al tramonto, per gli ebrei, è Rosh Hashanah, il nostro Capodanno.
Adesso vado a preparare la cena per i miei figli, accendo le candele, intingo qualche mela nel miele, mi verso un bicchiere di vino e mi riempio di gratitudine. È la mia tradizione. E si dà il caso che sia anche una tradizione ebraica.
Sciana Tova (Buon anno).
Insomma, madre dell’anno ed ebrea preoccupata. Mi ha fatto pensare a Helen Lovejoy che grida «Perché nessuno pensa ai bambini?».
Fonti
Macklemore, Intervento per una Palestina libera al MetLife Stadium, Instagram, 7 settembre 2026 Apri la fonte originale: Intervento per una Palestina libera al MetLife Stadium
David Niederhoffer, Pink responds to backlash over Macklemore’s Free Palestine speech, Just Jared, 7 settembre 2026 Apri la fonte originale: Pink responds to backlash over Macklemore’s Free Palestine speech
Ashley Reese, Soulful Vanilla Child: When Pink Was Black, Jezebel, 12 settembre 2019 Apri la fonte originale: Soulful Vanilla Child: When Pink Was Black
Primo Levi, Shemà, Treccani Apri la fonte originale: Shemà
Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission finds, Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, 16 settembre 2025 Apri la fonte originale: Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission finds
Nazioni Unite, Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, 9 dicembre 1948 Apri la fonte originale: Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide
Francesca Albanese, Gaza Genocide: a collective crime, Nazioni Unite, 20 ottobre 2025 Apri la fonte originale: Gaza Genocide: a collective crime
4 Non Blondes, Dear Mr. President, YouTube, 1992 Apri la fonte originale: Dear Mr. President
Pink, Risposta alle critiche, Instagram, 11 settembre 2026 Apri la fonte originale: Risposta alle critiche
